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martedì
feb102009

Ma quel dì Giulio difese lo Stato

L'Indipendente del 16 dicembre 1995

Ha suscitato parecchi consensi il gesto del giovane cattolico che, durante una solenne funzione in San Pietro alla presenza di Wojtyla, ha contestato il Papa per aver stretto la mano ad Andreotti e ha ricordato alcuni brani delle lettere di Aldo Moro durissimi nei confronti del “divo Giulio”. Il gesto è piaciuto a molti cattolici e ad alcuni laici, in particolare ad Enrico Deaglio che in fondo dell’Unità lo ha definito “l’avvenimento simbolicamente più forte e puro di tutto quest’anno” (L’Unità, 14/12).

Ora, noi come siamo convinti, lo abbiamo scritto tante volte, che la Chiesa e il Papa non debbano entrare nelle vicende interne dello Stato italiano, così siamo altrettanto convinti che i laici non debbano mettere becco nei fatti della Chiesa. Il Papa stringe la mano a chi gli pare. Son cavoli suoi. Del resto esiste tutta una dottrina cristiana sulla “pecorella smarrita”.

Ma addentrandosi nel pezzo di Deaglio ci si rende conto che per l’ex direttore di Lotta Continua il gesto del giovane cattolico è solo un pretesto per riesumare la vecchia polemica fra “partito della fermezza” e “partito della trattativa” che segnò il caso Moro. E Deaglio, che, alla coda di Craxi e dei socialisti, fu uno dei rappresentanti del “partito della trattativa”, riprende le maledizioni di Aldo Moror contro la Dc, le fa proprie e gongola perché, a suo dire, si sono avverate.

È vergognoso che ancora oggi si accusi la Democrazia Cristiana per l’unica occasione in cui, sacrificando il suo leader, dimostrò quel senso dello Stato che sempre le si è rimproverato di non avere. Cosa chiedeva infatti Moro? In quelle lettere lo “statista insigne”, l’uomo che aveva governato il Paese per oltre trent’anni, chiedeva che lo Stato sconfessasse i principi su cui si regge, le leggi, le Istituzioni pur di salvargli la pelle.

Come ricorda Deaglio, facendo anche di questo un’accusa, per molti giorni quelle lettere furono considerate, soprattutto dagli amici più intimi del leader democristiano, come “moralmente non a lui attribuibili”, ed “estorte con la violenza”, apocrife. Deaglio pare non rendersi conto che quello fu un estremo tentativo di salvare l’immagine dello “statista”. Perché quelle lettere sono di quanto più penoso, umiliante e vergognoso sia mai uscito da una prigione politica. In quelle terribili e orribili lettere lo “statista insigne” sembra considerare lo Stato e i suoi organismi un proprio patrimonio privato, invita gli uomini del suo partito e i massimi rappresentanti della Repubblica a fare altrettanto, tutto riferisce a sé, tutto, Stato, Istituzioni, leggi e uomini, asservisce a sé, e mentre invoca pietà non ha una parola per gli uomini della scorta, anzi una ce l’ha ma solo per definirli, con linguaggio ridiventato improvvisamente burocratico, “amministrativamente non all’altezza”. Uno sfacelo. Una cosa penosa a guardarsi, come la pornografia, di cui ci si vergogna di essere stati spettatori umiliati dell’umiliazione di lui. Si dirà che tutti hanno diritto alla paura. Certo. Ma allora si fa un mestiere diverso da quello che Aldo Moro pretese di fare per trent’anni. Non dico queste cose oggi, ché sarebbe facile e maramaldesco, ma le scrissi, nel gelo generale, quando Moro palpitava ancora nelle mani delle Brigate Rosse (“Aldo Moro: statista insigne o pover’uomo?”, Il Lavoro, 3/5/78).

In ogni caso il Governo, presieduto da Andreotti, e la Dc, con l’appoggio determinante del Partito comunista, decisero di dire no al ricatto delle Br e di Aldo Moro. Ed era la sola strada da seguire. Come disse l’allora vice-segretario del Partito liberale Alfredo Biondi (un ben altro Biondi) “Non c’è da dividersi e dividere in falchi e colombe, non c’è da mistificare come caldo umanitarismo lo spirito di rinuncia e di sottomissione e come gelida statolatria l’elementare esigenza di non transigere su diritti e doveri indisponibili come quello di rendere giustizia e di assicurare l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge”. Era in gioco la sopravvivenza stessa dello Stato. Che cosa avrebbero fatto le Brigate Rosse se il Governo avesse ceduto al ricatto? Avrebbero sequestrato il primo signor Rossi che gli capitava a tiro e avrebbero ricominciato. Sarebbe iniziata una spirale al fondo della quale c’era solo il dissolvimento dello Stato e la vittoria dei terroristi.

Ad ogni buon conto se si poteva avere qualche dubbio sulla “linea della fermezza” all’epoca in cui si svolsero i fatti, oggi non è più lecito. Non è infatti un caso che il terrorismo abbia cominciato a perdere colpi proprio dopo il caso Moro e si sia liquefatto in pochi anni. È la dimostrazione che la linea della fermezza era giusta non solo dal punto di vista etico e giuridico ma anche da quello pratico. Se avessimo dato retta ai Craxi, ai Mancini, ai Signorile, ai Pace, ai Liguori e ai Deaglio, cioè a tutta quell’area che civettava col terrorismo, oggi Renato Curcio sarebbe il padrone del Paese.

Ma agli Enrico Deaglio nemmeno questa evidenza basta. Ed eccolo rispuntar fuori a scrivere sull’Unità che “Aldo Moro annunciava una maledizione che in effetti è arrivata non solo su Giulio Andreotti ma su tutta l’Italia che lo aveva espresso e sostenuto…e tutti noi – la società italiana – abbiamo vissuto gli anni che vanno dal 1978 ad oggi sotto il peso di quella maledizione, cercando di esorcizzarla”. Ma dove? Ma quando? Se la Dc si è disfatta non è certo per le ricattatorie maledizioni di Aldo Moro ma perché è venuto alla luce quell’immenso sistema di corruzione di cui faceva parte lo stesso Moro. Anzi ne era uno dei capintesta. Sereno Freato docet. E secondo un’inchiesta pubblicata dal Candido di Giorgio Pisanò, e mai smentita da alcuno, il Beato Moro si sarebbe portato via, fra una cosa e l’altra, duemila miliardi. E se questo infame sistema è caduto non è una maledizione, come pretende Deaglio, nostalgico di Bettino Craxi, ma una benedizione.

La vera maledizione è un’altra. La vera maledizione sono Deaglio e tutti quelli come lui. Volevano fare la rivoluzione e sono stati sconfitti. Ma sono sempre lì. Hanno sulle spalle, almeno moralmente, come ha ammesso lo stesso Adriano Sofri, l’omicidio del commissario Calabresi. Ma sono sempre lì. Si sono intruppati col craxismo rampante e sono stati ancora sconfitti. Ma sono sempre lì. I Deaglio, i Liguori, i Sofri, i Ferrara. A pontificare, a moraleggiare, a bacchettare sulle dita. In altri e più onesti tempi sarebbero finiti impiccati al più alto pennone. Oggi dirigono giornali, telegiornali, conducono riviste televisive. Oppure scrivono articoli indecenti che L’Unità – il giornale di partito cui, insieme alla Dc, si deve la sconfitta del terrorismo – non si vergogna di pubblicare.

Massimo Fini

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