Archivio storico editoriali di Massimo Fini

(in aggiornamento continuo) 

« Gli Apoti: la televisione di Costanzo è in crisi. Affondiamola | Ma quel dì Giulio difese lo Stato »
venerdì
feb132009

Autodeterminazione diritto di ogni popolo

L'Indipendente del 18 gennaio 1996

 

Ha suscitato scandalo che nel suo discorso dell’altro ieri l’onorevole Umberto Bossi abbia parlato, per la prima volta in un Parlamento italiano, della possibilità di secessione. Molti deputati, e in particolare quelli di Alleanza Nazionale, pretendevano che il presidente della Camera tappasse la bocca all’onorevole Bossi in quanto, a loro dire, stava consumando un reato in pieno Parlamento. E Gianfranco Fini, aprendo il suo intervento, ha fatto notare a Irene Pivetti che alle sue spalle pendeva la bandiera tricolore, simbolo dell’unità nazionale. A mio avviso è ineccepibile la risposta che il presidente della Camera ha dato al leader di An. Ha detto infatti Irene Pivetti: “Il mio dovere è di garantire a tutti i deputati libertà di parola”. Del resto poco dopo lo stesso Fini ha attaccato il presidente della Repubblica in termini tali da poter configurare il reato di vilipendio al capo dello Stato (art. 290 c.p.) e ancora una volta, giustamente, il presidente della Camera non ha fatto obiezione alcuna.

Bisogna infatti ricordare agli smemorati o agli ignoranti che la Costituzione afferma solennemente: “I membri del Parlamento non possono essere perseguiti per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni” (art. 68 Cost.).

Ma il discorso è molto più ampio e non riguarda solo i parlamentari, e le particolari guarentigie di cui la Costituzione li munisce, ma tutti i cittadini. In un’autentica democrazia non possono e non devono esistere reati di opinione, per nessuno. Se il nostro Codice penale ne contempla alcuni è perché il suo impianto rimane ancora quello di Alfredo Rocco, grande giurista che però lo elaborò al servizio del regime Fascista. Queste fattispecie penali avrebbero quindi dovuto essere abrogate da tempo, da una cinquantina d’anni almeno, da quando fu promulgata la Costituzione e l’Italia, dopo il ventennio totalitario e liberticida, divenne democrazia.

In democrazia infatti tutte le opinioni e tutte le opzioni sono lecite purché, per affermarsi, rispettino il metodo democratico, rinuncino cioè al ricorso alla violenza. Io rivendico perciò qui il diritto di dirmi, se mi garba, indipendentista, fascista, comunista, stalinista, khomeinista, naziskin.

Nel caso dell’indipendentismo inoltre c’è qualcosa di più e di diverso. È lecito infatti dirsi fascisti, nazisti o comunisti. Tuttavia poi se una di queste ideologie si dovesse affermare, anche attraverso libere elezioni, ci si troverebbe di fronte a un insolubile dilemma: perché o tali ideologie rispettano fondamentali diritti democratici garantiti dalla Costituzione, e allora non sono più fasciste, naziste, comuniste, o non li rispettano, e allora è lecito fare ricorso contro di loro alla violenza. In vece l’indipendentismo non contiene in sé nulla di antidemocratico. Non per niente – e Bossi lo ha ricordato in quel suo discorso che a molti è apparso eversivo e non lo era affatto – il diritto alla “autodeterminazione dei popoli” è riconosciuto dall’Onu ed è stato solennemente ribadito dalla Conferenza di Helsinki in un documento sottoscritto da quasi tutti gli Stati, Italia compresa. La Slovacchia si è staccata dalla Repubblica Ceca senza particolari traumi né, tantomeno, violenze; il Québec è arrivato a un pelo dal fare lo stesso col Canada; la stessa Russia, che pur è un Paese storicamente imperialista – sia nella versione zarista che in quella comunista – ha dovuto concedere l’indipendenza a una quindicina di nazioni che erano incorporate nella vecchia Urss. E se oggi la Russia reprime coi carri armati e col sangue l’indipendenza della Cecenia, tutti sanno che, al di là dei metodi terroristi usati dai secessionisti (una violenza chiamata da quella altrui), sono i russi dalla parte del torto e non i ceceni.

Il futuro, per quello che posso capire, non è più degli Stati, in genere troppo piccoli per garantire la difesa e troppo grandi per curare gli interessi delle loro componenti locali, ma di entità più ridotte e più coese dal punto di vista sociale, economico, culturale ed eventualmente etnico e religioso. A ciò portano non solo esigenze di una migliore organizzazione strutturale ma soprattutto il potente bisogno di identità che nasce come risposta all’angosciante tentativo, voluto dai vari imperialismi economici e militari, di omologare l’intero esistente a un unico Stato, un’unica forma di governo, un unico mercato mondiale, un’unica cultura, un unico tipo d’uomo. Tra l’altro se l’Occidente (termine già in sé sinistro che ricorda il 1984 di Orwell) non comprende che non può uniformare a sé, al suo modello, alla sua forma di governo, alla sua idea di democrazia, alla sua cultura, tutte le realtà dell’universo mondo, dall’Islam alla Russia ai Paesi arabi dell’Africa, alla lunga provocherà una reazione selvaggia che lo seppellirà.

Per tornare alle questioni più strettamente di casa nostra, anche in Italia ci si deve rendere conto che lo Stato risorgimentale, nato il secolo scorso, non è un’entità intoccabile, un dogma rivelato, ma solo una delle forme possibili di organizzazione per le popolazioni della Penisola e che può essere anch’esso, come tutte le cose umane, modificato e superato.

Il discorso di Bossi e dei secessionisti della Lega non è quindi né folle, né astruso, né antistorico. Oltretutto nella Roma antica, repubblicana, già padrona dell’intera Europa e del nord Africa, la “Padania”, di cui oggi tanto, e con troppa sufficienza, si sorride, non faceva parte dello Stato romano ma era, come la Sicilia, la Sardegna, la Corsica e l’Egitto, una provincia col nome di Gallia Cisalpina. Altra faccenda è se oggi una secessione della “Padania” sia possibile oltreché utile, al Nord ed eventualmente anche al Sud. Io credo che, se non si approdasse in tempi rapidi a un federalismo autentico e assai spinto, una secessione sarebbe proficua non solo per il Nord ma anche, e forse soprattutto, per il Mezzogiorno. Se noi guardiamo infatti a come è stata gestita l’unità d’Italia, vediamo che a esserne stato danneggiato è il Sud, che in questi cento anni si è ulteriormente impoverito e completamente degradato, laddove il Nord si è nel frattempo arricchito. Oggi noi ci troviamo di fronte a due esasperazioni: quella del Nord per essere ormai vampirizzato dal meridione in cui deve gettare risorse inutili perché a fondo perduto, e quella del Sud che, nelle sue forze migliori, quelle poche che gli restano, si sente depauperato e senza possibilità di riscatto, costretto a una lamentosa e umiliante questua senza la quale, peraltro, non potrebbe sopravvivere. Da tale situazione incancrenita si esce, se mai se ne esce, solo con una risposta intelligente, creativa, nuova, qual è un federalismo che consenta a queste due realtà così diverse, economicamente, socialmente, culturalmente, di proseguire secondo le proprie vocazione e i propri ritmi. Si sia lombardi o siciliani non si può lavorare a Caltanissetta con la stessa intensità e gli identici modi con cui si lavora a Varese, ma non si può neanche pretendere che a ritmi più lenti corrisponda un identico tenore di vita.

Quanto alla possibilità concreta che si arrivi, in modo unilaterale, a un’indipendenza del Nord, ho molti dubbi. La propone solo la Lega (e nemmeno tutta) che al nord raccoglie il 20% scarso dei suffragi, mentre è ovvio che una secessione è praticamente, giuridicamente e legittimamente possibile solo con un consenso plebiscitario. Perciò quando Bossi agita il fantasma secessionista lo fa solo per motivi tattici e per dar sfogo a quel rodomontismo che, insieme ad altre e migliori qualità, fa parte del suo bagaglio umano e politico. Ma questo a noi interessa relativamente. Quel che ci preme è riaffermare il principio generale che parlare di secessione non è reato né il darsi da fare, con metodi democratici, per arrivarci. Con buona pace di Gianfranco Fini e di tutti i cultori di quella retorica nazionale e risorgimentale di cui, come di quella antifascista, abbiamo da tempo piene le tasche.

Massimo Fini

PrintView Printer Friendly Version

EmailEmail Article to Friend

Reader Comments

There are no comments for this journal entry. To create a new comment, use the form below.
Member Account Required
You must have a member account on this website in order to post comments. Log in to your account to enable posting.