Archivio storico editoriali di Massimo Fini

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lunedì
feb092009

Facciamo a pezzi il mercato unico mondiale

L'Indipendente del 13 dicembre 1995

Una decina di giorni fa il Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, parlando dell’Istituto Maritain, forse stimolato dall’ambiente pregno d’umanesimo cattolico, ha fatto una dichiarazione del tutto inconsueta per una persona che ricopra la sua carica. Ha detto che la “globalizzazione dell’economia” sta mettendo a grave rischio la vita di molti Paesi, Italia compresa. Questa affermazione grave e interessante, un vero scoop se si considera la fonte, è passata completamente inosservata, nascosta com’è stata nelle pieghe più interne dei giornali. E si capisce benissimo perché. Nessuno ha voglia di disturbare gli interessi del manovratore che vanno nel senso diametralmente opposto alla dichiarazione di Fazio. I Paesi leader del capitalismo mondiale, Stati Uniti in testa, le grandi multinazionali e, per la verità, quasi tutta la cultura di derivazione illuminista hanno come obbiettivo la creazione di un unico Stato mondiale, un unico Governo mondiale, un unico esercito-polizia mondiale (in grado di mettere in riga i riottosi), un unico mercato mondiale e, di conseguenza e soprattutto, un unico tipo di individuo mondiale: il Grande Consumatore.

Anche a prescindere dalle sue conseguenze economiche e sociali, a me questo progetto, ormai in fase avanzatissima, è sempre parso una terrorizzante utopia negativa, una fotocopia del “Mondo Nuovo” di Aldous Huxley.

Il bello dell’esistenza non è dato dall’unità, dall’uniformità, dall’omologazione, ma dalla diversità, di popoli, di razze, di Paesi, di culture, di tradizioni, di storie, di costumi e, anche, di consumi. Per questo ho sempre visto con favore, alla faccia di tutte le suorine dell’“unità nazionale”, ogni forma di separativismo, di secessionismo, di indipendentismo, di frantumazione, di ritorno delle “piccole patrie”.

Anche sul piano economico e sociale il globalismo è una sciagura. Per i Paesi più deboli, innanzi tutto. Quando Paesi ad economie fragili o particolari o non spiccatamente produttivistiche vengono a contatto col globalismo e si inseriscono nel meccanismo ne escono stritolati, devastati, distrutti. Tutta la storia del Terzo Mondo è lì a dimostrarlo. E i Paesi detti pudicamente “in via di Sviluppo” dovrebbero essere più decentemente e meno ipocritamente chiamati “Paesi in via di Distruzione”. Ma alcuni esempi di paesi cortocircuitati dal contatto col globalismo economico li abbiamo anche in Europa. Il primo è l’ex Unione Sovietica. L’Urss era, dal punto di vista economico, un Paese di modeste ma decorose condizioni di vita, il suo livello era più o meno quello dell’Italia degli anni ’50 dove si tirava un poco la cinghia ma non si faceva la fame. In - Urss c’erano la piena occupazione, l’assoluta stabilità della moneta (il prezzo del pane, tanto per dire, è rimasto invariato dal 1954 fino all’avvento dell’immane cretino di Gorbaciov), i servizi essenziali (trasporti, comunicazioni, eccetera) erano assicurati a basso costo e sia pur a basso livello (ad eccezione della Sanità, di prim’ordine), i cibi essenziali pure, mentre l’affitto incideva sul salario del 5%. I problemi cominciavano col superfluo che era riservato alla nomenklatura e che invece il normale cittadino sovietico poteva procurarsi solo a costo di grandi sacrifici e di estenuanti , e quasi sempre infruttifere, code. Insomma, come si è detto, in Urss c’erano condizioni di vita modeste ma accettabili (parliamo naturalmente dal punto di vista economico e non politico). Cos’è successo dopo che i radicali riformisti, anche dietro le potenti pressioni e i ricatti dei paesi occidentali e del Fondo monetario, hanno aperto il Paese al libero gioco del mercato internazionale? In Russia ci sono oggi otto milioni di disoccupati che diventeranno sedici entro il duemila (secondo le previsioni più pessimistiche addirittura quaranta), l’inflazione è a tre e anche a quattro cifre, masse di milioni di persone sono ridotte sotto la soglia della povertà, alla fame, gli affitti sono alle stelle, la prostituzione è diventata una necessità vitale, la delinquenza è quintuplicata dai tempi di Breznev e nel Paese sono entrate a vele spiegate la droga, la criminalità organizzata, la mafia e addirittura la nostrana camorra.

Un altro esempio, per noi molto vicino e coinvolgente, è l’Albania. L’Albania autarchica di Hoxha era sicuramente un Paese molto povero, ma non era alla fame. Li abbiamo visti tutti i primi albanesi che arrivavano da noi: erano contadini robusti e niente affatto denutriti. Oggi l’Albania è alla fame e quelli che erano semplicemente dei poveri sono diventati dei miserabili, che tentano disperatamente di aggrapparsi alla nostre coste e sulle cui mani noi, come in una bolgia dantesca, picchiamo perché mollino la presa e ricadano in mare.

Ma anche molti Paesi industriali vengono messi in crisi dalla globalizzazione del mercato. Uno di questi è l’Italia. Se fare un mantello costa da noi 500 lire e a Taiwan 150, perché da quelle parti la mano d’opera la si paga molto di meno e non ha le nostre previdenze, è chiaro che lo si farà a Taiwan a 150 e poi lo si apporterà a 250, lucrandoci abbondantemente. Ecco spiegato, con parole semplici, il mistero doloroso per cui l’economia in Italia “tira”, la produzione aumenta ma l’occupazione diminuisce. Stretti fra l’iperproduttivismo degli Stati Uniti, del Giappone, della Germania e il basso costo del lavoro dei Paesi del Terzo Mondo noi dovremmo smantellare il nostro Stato sociale. Questo è oggi il problema europeo, il malessere europeo di cui ciò che sta accadendo in Francia è solo una spia. L’altra strada per rimanere agganciati alle locomotive che guidano il globalismo economico mondiale è aumentare la produttività. È possibile? Forse, ma, anche qui, a prezzo di sacrifici enormi. Del resto se ai giapponesi, per la loro cultura, perché sono riusciti a calare l’ascetismo samurai in fabbrica, piace lavorare venti ore al giorno, dovremmo fare lo stesso immolandoci al feticcio dell’Unico Stato Mondiale e dell’Unico Mercato Mondiale? E perché mai? Noi, per grazia di dio, non siamo giapponesi, siamo italiani, ci piace lavorare ma anche vivere.

Che fare per non essere ridotti a dei miserabili ossessi? La parola si chiama, eh sì, autarchia. Un’autarchia però intelligente e graduata. Un’autarchia a dimensione europea. L’Europa può essere la soluzione del problema. Non però quella comica, camorrista, affarista e puramente economicista di Maastricht. Ma un’altra Europa unita politicamente e militarmente prima che economicamente. Quindi l’esatto contrario del percorso di Maastricht. Un’Europa unita, neutrale, armata e nucleare. Lo Stato nazionale non è infatti più sufficiente per assicurare la difesa e per avere una politica estera incisiva e significativa. Un’Europa unita politicamente e militarmente è necessaria sia per sottrarsi al peloso protettorato americano (altro che Nato) sia per fronteggiare l’aggressione che inevitabilmente, se continua questo andazzo, verrà dal Sud del mondo. E l’Europa è sufficientemente grande per essere economicamente autarchica senza essere asfittica quindi un’Europa duramente protezionista. I punti di riferimento interni di quest’Europa però non saranno più gli Stati nazionali, ormai inutili, ma le Regioni, cioè aree socioeconomiche omogenee. E la moneta lungi dall’essere unica sarà quanto mai diversificata. Ogni regione ne batterà una. Perché questo è il solo modo in cui ogni area, omogenea economicamente, socialmente e culturalmente, possa crescere e svilupparsi secondo le proprie forze, le proprie tradizioni, le proprie vocazioni e i propri interessi. Se parlate a quattr’occhi con un economista vi dirà che, per esempio, una moneta del Sud Italia diversa da quella del Nord gioverebbe all’economia del Mezzogiorno consentendogli di crescere secondo le proprie possibilità e vocazioni. Ma un economista questo discorso non lo ripete in pubblico. Perché fa parte degli unspeakable, delle cose che non si possono dire. Dei tabù. Però a furia di tabù, di pruderie, di verecondie vittoriane, di conformismi illuministi, europeisti, liberisti, unionisti, pacifisti, mondialisti ci stiamo accomodando il cappio intorno al collo.

Massimo Fini

 

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