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Entries in globalizzazione (55)

giovedì
gen192017

Referendum Costituzionale: il significato politico - di Maurizio Pallante

di Maurizio Pallante

Una operazione brutale e spregiudicata 
Rigettata senza appello. Per fortuna

Sommario:

Un verdetto profondo

Un sostegno interessato

La frattura sociale

Democrazia e globalizzazione

Politica e giuridica

Quella governance che non ci serve

Note

 

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lunedì
lug272015

Gassman per Roma: un popolo di… spazzini

Prendiamola pure sul serio, l’iniziativa di Alessandro Gassman. Il quale, con un tweet lanciato dall’Uruguay (dove sta girando un film), ha lanciato il seguente appello: «Roma sono io. Armiamoci di scopa, raccoglitore e busta per la mondezza e ripuliamo ognuno il proprio angoletto della città». Così facendo, infatti, «Daremmo un esempio di civiltà a chi ci governa ed a chi ci insulta, ne saremmo fieri ed obbligheremmo l'amministrazione a reagire. Roma è nostra, io da settembre, appena in città, proporrò al mio condominio di dividerci i compiti, e scendo in strada, voglio vederla pulita. Diffondete questa iniziativa, fatelo anche voi, basta lamentarsi, basta insulti, FACCIAMO!».

Magnifico, ma non nella società odierna.

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lunedì
mag042015

Egregi Black Bloc, il sistema vi ringrazia

«Missione compiuta, a Milano!».

La citazione è fittizia, ma c’è da scommettere che in moltissimi la attribuirebbero – la affibbierebbero – ai Black Bloc. Per forza: i media hanno martellato a senso unico la versione ufficiale, che peraltro si incardina su degli schemi che sono vecchi di decenni (vedi l’etichetta di Anni di piombo e la sostanziale equiparazione di estremismo e terrorismo), e gli sprovveduti si sono adeguati di slancio. Convintissimi, anzi, che non ci fosse bisogno di alcuna riflessione particolare, essendo tutto così chiaro: da una parte c’è l’immensa moltitudine dei buoni, ovvero i cittadini perbene e le pubbliche istituzioni che vegliano su di loro, e dall’altra i manipoli dei cattivi di turno, che mirano solo a scatenare la loro violenza vandalica. Di fronte all’aggressione distruttrice dei teppisti, che hanno persino incendiato delle auto in sosta, non c’è che da rinserrare le file degli onesti e alzare un muro compatto di concordia e legalità. In sintesi: di ordine pubblico.

Ecco fatto. La contrapposizione è elementare e la capirebbe anche un bambino. Essendo palesemente impossibile solidarizzare con chi si diverte solo a spaccare tutto, senza prendersi la briga di fornire (e ancora prima di fornire a sé stesso) uno straccio di ragionamento degno di tal nome, sembra ovvio che l’unica alternativa possibile sia schierarsi dalla parte opposta.

Appunto: sembra.

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giovedì
mar262015

Pirelli, la Cina in casa

La Pirelli che diventa cinese rappresenta il risultato di diversi fattori. Dal punto di vista industriale è un fatto fisiologico. Per competere sui mercati mondiali devi avere una dimensione e volumi produttivi che la Pirelli da sola non era in grado di realizzare. E un mercato di sbocco che non era in grado di raggiungere. Era quindi necessario trovare un gruppo dalle dimensioni notevoli o dalle disponibilità finanziarie illimitate con il quale allearsi e cedergli di fatto il controllo del gruppo. 

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lunedì
mar162015

Noi e gli immigrati: verso la stessa schiavitù

Versione passiva, e fintamente umanitaria: l’immigrazione che preme sulla UE è un fenomeno ineluttabile, e comunque è nostro dovere morale accogliere chi viene qui in cerca di un futuro migliore. Versione aggressiva, e scioccamente identitaria: dobbiamo fermare i clandestini con ogni mezzo, anche brutale, perché la priorità è tutelare le nostre società, in senso sia economico che culturale.

Tra questi due estremi, che sono da rigettare proprio perché così estremizzati da equivalere a dei dogmi – le cui formulazioni logiche, o presunte tali, sono l’involucro che nasconde le vere matrici di atteggiamenti tanto viscerali e a senso unico – si stende un’immensa zona d’ombra.

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mercoledì
nov262014

Il papa, la Chiesa: appelli infiniti, dilazione eterna

Avete due minuti? Vi chiediamo di fare finta di essere qui in redazione e di dover scegliere un singolo termine per definire il/la xxxxxxxx del papa a Strasburgo, nella mattinata di ieri. Oppure un intero titolo. Repubblica.it, ad esempio, era incline all’enfasi e ha scodellato questo: «Il Papa ‘conquista’ Strasburgo: “Europa ruoti sulla sacralità della persona, non sull’economia”». Il sommarietto sottostante era, manco a dirlo, altrettanto celebrativo: «Standing ovation degli eurodeputati al termine del discorso di Bergoglio al Parlamento Ue. Il Pontefice ha posto l'accento sul lavoro: "È necessario ridargli dignità. Coniugare flessibilità e stabilità"».

Che meraviglia. Il papa (se scritto con la maiuscola è segno di rispetto, se con la minuscola è indice di lucidità) sciorina i suoi auspici edificanti e la platea di turno si comporta a puntino. Applausi a distesa. Di più: tutti in piedi. Per la succitata standing ovation. Che non è proprio uno sforzo sovrumano, o anche solo un omaggio così raro da possedere il crisma, sia pure pop, dell’eccezionalità, ma che resta il “top” del consenso in versione mediatica, dai templi della lirica fino alle sagrestie televisive, passando per ogni recinto in cui ci sia un evento o un personaggio da acclamare. Parafrasando il De Gregori, fulminante, di Venite bambini parvulos, «qualsiasi tipo di istupidimento ha bisogno della sua claque».

Ma andiamo con ordine (mentre voi continuate a pensare alla sintesi ottimale che utilizzereste per). Francesco esordisce così: «Desidero indirizzare a tutti i cittadini europei un messaggio di speranza e di incoraggiamento». A poterlo fare lo si sarebbe dovuto fermare all’istante, per quello che altrove si definirebbe “un chiarimento a verbale”. «Perdoni l’interruzione, Eccellenza, ma prima di lasciarla proseguire abbiamo necessità di domandaglielo: Lei ritiene davvero che i qui presenti deputati, nonché i qui assenti politici e finanzieri e speculatori e supermanager, siano persone in buona fede alle quali è scappato di mano il controllo della situazione? Non la sfiora nemmeno lontanamente il sospetto che invece la realtà odierna, all’insegna del Dio Denaro e della sopraffazione a tutto campo, sia proprio quella che essi hanno perseguito e continuano a perseguire, chi più e chi meno, in maniera deliberata e cinica e sprezzante?».

È qui il nodo. È nella verifica preliminare, e determinante, della prospettiva in cui ci si pone davanti al mondo contemporaneo. Ossia nei confronti dei gruppi dirigenti, e dei loro numerosi collaboratori ufficiali e ufficiosi, espliciti od occulti, che ci hanno spinti con ogni mezzo nelle trappole della globalizzazione e della famigerata “economia di carta”. Quella che alla fine dell’anno scorso è arrivata a essere 13 volte superiore al Pil mondiale e che  dilaga ovunque, senza più nessun ancoraggio tanto nelle attività produttive, benché votate al consumismo e imperniate sul mito delirante della crescita infinita, quanto nelle, pur opinabilissime, riserve auree delle banche centrali.

Fingere che tutto questo sia soltanto il frutto di disattenzioni e di equivoci, benché ripetuti sino al punto di diventare abituali, significa alimentare la mistificazione fondamentale dell’Occidente liberaldemocratico, da cui discendono le innumerevoli altre. «I grandi ideali che hanno ispirato l'Europa – sottolinea il papa, di fronte ai suoi contriti agnellini che però il seggio a Strasburgo non se lo sono certo assicurati, mediamente, in forza delle loro doti morali – sembrano aver perso forza attrattiva, in favore dei tecnicismi burocratici delle sue istituzioni».

Ohibò. La colpa non è mica del quartier generale che ha deciso quale guerra fare e come condurla. Niente affatto. La responsabilità è di quella manica di incompetenti che si fanno prendere la mano dalle procedure.

Dobbiamo dire “amen”, Santità?

Federico Zamboni
lunedì
ott272014

Magic Matthew, il furbetto della Leopolda

Chiaro e tondo. E schifoso. Il Matteo Renzi che parla alla Leopolda accantonando ogni residua cautela, fino ad affermare pari pari che «il mondo è cambiato, il posto fisso non c’è più», è l’immagine perfetta dell’arroganza neoliberista. Che si traveste da chirurgo benefico per essere libera di amputare a piacimento.

È la versione odierna del vecchio “Ronnie” Reagan e della vecchia “Maggie” Thacher, che puntavano il dito contro i costi della Pubblica amministrazione per concludere che a essere sbagliati non sono soltanto gli sprechi, ma l’ampiezza dell’intervento pubblico in sé. Guarda caso, proprio oggi fanno cinquanta anni esatti dal celebre discorso “Un’occasione per scegliere” che lo stesso Reagan tenne il 27 ottobre 1964 per appoggiare Barry Goldwater, l’allora candidato repubblicano alla Casa Bianca, e guarda caso ieri il Giornale di Berlusconi lo ha ricordato con toni enfatici e con due articoli celebrativi, uno dei quali intitolato Stato, tasse, ricchi: le 7 idee di Reagan che salverebbero l’Italia di oggi.

Come sottolineò nel 1982 il giornalista del Washington Post Lou Cannon, nella biografia dedicata all’ex attore hollywoodiano ed ex governatore della California che intanto, due anni prima, si era ormai trasformato nel neo Presidente degli USA, «le parole di Reagan erano radicali, ma il suo modo di fare era rassicurante, ricco di battute». Vi ricorda qualcosa? Vi ricorda qualcuno?

Il marketing politico di Renzi (ovvero dei suoi consiglieri, se non proprio dei suoi ghostwriter) punta di continuo sulle frasi ad effetto, che all’apparenza possono sembrare distillati di puro buon senso ma che in effetti sono mistificazioni da rigettare in toto. L’assunto è che il presente vada accettato così com’è. E che al futuro, quindi, si debba guardare nei medesimi termini, di avallo completo e indiscriminato. Un atteggiamento succube, lo definirebbe giustamente chi sia ancora in grado di dare giudizi di merito. Un trucco, per nulla inedito, che serve a nascondere l’asservimento alle oligarchie dominanti, facendo finta che l’attuale assetto del mondo, o perlomeno di quella sua vastissima parte che è stata plasmata dall’Occidente di matrice USA, sia l’esito di un processo spontaneo. E in quanto spontaneo, libero. E in quanto libero, democratico.

Nella propaganda renziana, invece, questa sottomissione totale si ribalta in un grande atto, simulato, di combattività e di realismo. Il dinamicissimo Matteo sforna immagini seducenti a raffica, come in una riedizione “made in Wall Street” dei Baci Perugina. Ogni dolcetto, o presunto tale, una frasetta suggestiva. Tipo queste due, per rimanere sul mega auto spot messo in scena nella quinta edizione della Leopolda: «Nel 2014 aggrapparsi ad una norma del 1970 che la sinistra di allora non votò è come prendere un iPhone e dire dove metto il gettone del telefono? O una macchina digitale e metterci il rullino».

Magic Matthew! Accucciato ai piedi della globalizzazione come un cane ben addestrato. E pronto a gettarsi alle calcagna del futuro come un segugio fedele che non vuole restare indietro di un millimetro, rispetto ai suoi padroni.

Guardatelo bene, mentre abbaia così baldanzoso e mentre scodinzola tutto contento di quello che è e di ciò che spera di ottenere. Ascoltatelo con la dovuta attenzione. E maledite tutti i giornalisti che non gli fanno notare, ad esempio, che il punto non è scegliere tra gli arcaici telefoni a gettone e i modernissimi iPhone, ma stabilire chi accidenti si vuole chiamare. E per dirgli cosa.

Federico Zamboni
martedì
ott212014

TTIP: il super Trattato super dannoso

TTIP: Transatlantic Trade and Investment Partneriship. Fino a qualche giorno fa, con la scusa implicita che se ne stanno ancora definendo i termini esatti, se ne è parlato troppo poco, in modo che la stragrande maggioranza dei cittadini ne restasse all’oscuro. E solo ultimamente, a causa dell’esigenza di accelerare i tempi e giungere all’accordo definitivo tra USA e UE, la questione è parzialmente uscita dall’ombra ricevendo un po’ di attenzione mediatica in più.

Anche se poi, come al solito, la qualità di questa attenzione lascia spesso a desiderare, privilegiando le dichiarazioni entusiastiche di Renzi, che si è proclamato «un convinto sostenitore» del Trattato, rispetto alle enormi insidie che vi sono contenute. Ancora più che in altre occasioni, infatti, il TTIP costituisce un attacco brutale e strategico alla sovranità nazionale e al concetto stesso di democrazia come difesa degli interessi generali del popolo contro gli abusi di qualsivoglia oligarchia, subordinando ogni futura decisione da parte dei governi agli interessi degli investitori. In pratica, ma anche sul piano giuridico, l’annichilimento della politica a tutto vantaggio dell’economia. Anzi del liberismo. Anzi dell’iper liberismo modellato sulle convenienze delle multinazionali che mirano solo al massimo profitto e che, perciò, pretendono di godere di una libertà d’azione tendenzialmente illimitata.

La norma-capestro è la seguente, e tanto per sgombrare il campo da qualsiasi eventuale sospetto di riportarla in maniera poco obiettiva ne citiamo la sintesi formulata nel marzo scorso da Aspenia on line, ossia dalla versione web della rivista edita dall’Aspen Institute: «La clausola di protezione degli investimenti (investor-state dispute settlement, ISDS), permetterà agli investitori privati di citare in giudizio i governi nazionali presso una corte d’arbitrato, nel caso in cui gli investitori ritengano che nuove leggi locali minaccino i loro investimenti».

L’idea è già assurda di per sé, visto che si basa sul presupposto che le normative non debbano mai contrastare gli interessi delle imprese (quando invece è sacrosanto l’esatto contrario: gli interessi delle imprese, e a maggior ragione delle multinazionali, non devono mai ostacolare la tutela legislativa del bene comune), ma ad accrescerne la pericolosità c’è la natura delle “corti d’arbitrato” che dovrebbero pronunciarsi sulle controversie. Come ha ben spiegato Report nell’ultima puntata, incentrata appunto sul TTIP e intitolata Il segreto sul piatto, tali organismi sono di carattere privato e non prevedono come motivo di incompatibilità dei “giudici” il fatto che essi abbiano lavorato alle dipendenze delle stesse aziende, o di altre appartenenti al medesimo fronte del turbo capitalismo, che intentano causa agli Stati. Tuttavia, la Commissione UE minimizza e sostiene che «l’esistenza di una tutela degli investimenti e di disposizioni ISDS non impedisce in sé che i governi adottino leggi particolari né impongono l’abrogazione di determinate leggi. Al massimo, può portare al pagamento di un risarcimento».

Ma il punto è l’entità di questo risarcimento. Laddove il suo ammontare fosse particolarmente cospicuo – e l’ipotesi è tutt’altro che peregrina, basti pensare soltanto agli immani fatturati di un settore come l’alimentare, in cui l’approccio europeo è di gran lunga più restrittivo rispetto a quello che domina negli USA – esso diventerebbe un autentico spauracchio, specialmente in presenza di conti pubblici già gravati da debiti immensi e di economie in stagnazione, o peggio. Del resto, proprio la crisi in corso, che essendo strutturale sta cambiando in via definitiva le società occidentali, viene strumentalizzata per accreditare il TTIP come una potentissima occasione di rilancio della produzione e delle esportazioni.

Renzi dixit: «La globalizzazione non è un male per l'Italia, ma è una straordinaria opportunità».

Bisognerebbe rispondergli con una sollevazione popolare. E la lotta contro questa spaventosa “partnership” di matrice statunitense, che per ora è osteggiata principalmente dall’iniziativa Stop TTIP Italia, dovrebbe diventarne un cardine.

Federico Zamboni
lunedì
set222014

Che baruffa, tra la Cgil e il “signorino Thatcher"

Torna un superclassico della politica, a latere delle discussioni sull’articolo 18: le accuse reciproche tra i contendenti, o presunti tali, che si rimpallano la responsabilità di questo o quel disastro. Detto più sinteticamente, e brutalmente, il vecchio gioco dello scaricabarile.

Ad aprire il fuoco, si fa per dire, è stata la Cgil. Che venerdì scorso, per bocca del suo segretario nazionale Susanna Camusso, ha accusato Renzi di avere «un po' troppo in mente il modello della Thatcher», ovverosia l’idea «che è la riduzione dei diritti dei lavoratori lo strumento che permette di competere». Il presidente del Consiglio ha replicato prontamente, e secondo copione lo ha fatto nel modo che gli è servito ad accreditarsi come il Rottamatore per antonomasia: da un lato ha magnificato sé stesso (il nuovo che avanza), dall’altro ha screditato l’avversario di turno (il passato, logoro, che non vuole togliersi di mezzo).

Lui è il paladino che si batte per risolvere  «i problemi concreti della gente», che nel caso specifico sarebbero quelli dei lavoratori, soprattutto giovani, che sono rimasti imprigionati nelle mille ragnatele del precariato. La Cgil, e chiunque ne condivida le critiche al governo in carica, è invece il difensore di antichi e insopportabili privilegi, in nome di vetuste/ingiuste/anguste «battaglie ideologiche». Che peraltro – ed è il passaggio più interessante, di questa querelle che rientra alla perfezione nel consueto gioco delle parti all’interno del centrosinistra, coi massimalismi di facciata che si dissolvono puntualmente di fronte alle scelte concrete, in una sorta di “neoliberismo addolorato” – sono smentite da una sostanziale acquiescenza ai cambiamenti sopravvenuti negli ultimi anni all’interno del mercato del lavoro, per effetto delle novità normative introdotte via via e incardinate sulla famigerata Legge 30 del 2003, altrimenti nota come Legge Biagi. Chiede Renzi: «dove eravate in questi anni, quando si è prodotta la più grande ingiustizia che ha l'Italia?».

La domanda è stuzzicante. E sarebbe anche legittima, se arrivasse da qualcuno con le carte in regola per eccepire sull’altrui incoerenza: non c’è dubbio che nel loro complesso i principali sindacati, ivi inclusa la Cgil, abbiano assecondato le trasformazioni/degenerazioni che ci hanno portati alla situazione odierna, ma la stessa identica cosa si può affermare a carico del Pd, in quanto erede dei partiti, e dei rassemblement elettorali, che lo hanno preceduto lungo i due decenni della Seconda repubblica. Il filo conduttore delle loro innumerevoli giravolte tattiche, tanto contraddittorie all’apparenza quanto lucide nella sostanza, è quello di un tradimento sistematico dei principi originari: invece di continuare a lottare contro le oligarchie dei super ricchi, aggiornando le critiche al capitalismo e mettendo nel mirino l’intera economia finanziaria, hanno preferito adagiarsi su un atteggiamento collaborativo e “responsabile”. Come se tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito e dalla capacità di incidere sulle scelte legislative e di governo, fossero accomunati dalle medesime sfide e potessero trarre uguale giovamento dall’adeguarsi alle pressioni della competizione globale.

La grande menzogna è questa. Il resto, dalle dichiarazioni di principio alle battaglie occasionali, è pura messinscena. La domandina provocatoria di Renzi, «dove eravate in questi anni, quando si è prodotta la più grande ingiustizia che ha l'Italia?», va estesa alla generalità dei partiti, delle “parti sociali”, dei media mainstream, degli elettori che per convenienza o per stupidità hanno abboccato alle loro esche. E la risposta è facilissima: erano là dove ci si spartiva il potere, o dove si sperava di raccoglierne almeno qualche briciola.

Federico Zamboni
martedì
giu102014

Governance mondiale: l'importanza degli Stati Nazione

Uno dei temi sui quali ci si continua a confrontare, almeno tra chi ha delle posizioni critiche nei confronti della nostra modernità, è quello relativo alla (poca) importanza e alla incidenza degli stati nazionali nel momento in cui la globalizzazione economica e finanziaria ha soppiantato, da decenni e in modo ancora maggiore negli ultimissimi anni, le possibilità offerte da quelle che una volta erano considerate le peculiarità di ogni Stato. E, in altre parole, la possibilità di manovra, in termini politici ed economici, che ogni singolo governo continua ad avere.

Queste possibilità di manovra, come sappiamo e come ormai si dovrebbe aver interiorizzato, sono assai modeste. Se non nulle.

Gli stati nazionali non contano più nulla, si sente ripetere spesso negli ambienti ostili al modello attuale. E soprattutto, per quanto riguarda invece gli apologeti del nostro modello di sviluppo che non smettono un solo momento di rimarcare la cosa, non devono mettere alcun paletto o restrizione alla libera circolazione dei capitali e delle merci

Malgrado quest’ultimo sia il leit motiv dei guru della crescita infinita e della finanza, e malgrado si lasci passare questo concetto senza offrire la benché minima possibilità di discussione sull’argomento - la globalizzazione è un dato di fatto e non si può tornare indietro, sono le parole d’ordine - le cose stanno diversamente. E, per la precisione, l’inganno risiede in una duplice orchestrazione illusionistica.

Vediamo. È ovviamente vero che dal Washington Consensus in poi sia stata messa in atto una strategia per fare in modo che la crescita, il commercio e da ultimo la finanza - tutti elementi per aumentare i profitti nella più classica matrice liberista - potessero andare avanti a tappe forzate, anche con l’utilizzo delle armi, verso lo smantellamento sistematico degli stati nazione che ne potevano impedire, almeno in parte, un tempo, la colonizzazione planetaria. Che si sia trattato di annientare la sovranità politica e monetaria oppure le specificità culturali di ogni singolo Stato, il tutto è andato avanti in modo inesorabile. Al commercio, al denaro, alla speculazione, non dovevano essere posti confini di tipo territoriale: i denari, i capitali, le merci, dovevano poter andare là dove era più utile andare, là dove era più proficuo operare. A profitto dei pochi che ne potevano e ne possono tirare i fili. Le 10 direttive contenute appunto nel documento del Washington Consensus, termini coniati nel 1989 dall’economista John Williamson per descrivere i passaggi che dovevano essere destinati ai paesi in via di sviluppo erano già molto chiare, e ruotavano tutte attorno ai concetti di liberalizzazione del commercio e degli investimenti (libera impresa ovunque e senza freni) di privatizzazione delle aziende statali (spostamento della ricchezza e dei beni dagli Stati, cioè dalla comunità dei cittadini, a pochi privati) e di deregulation (cioè eliminazione di qualsiasi legge che potesse limitare in qualche modo la competitività). Quasi superfluo rammentare che tali direttive dovevano essere promosse da organi e istituzioni che potessero avere voce in capitolo, o che potessero arrivare, con ogni mezzo, ad averne: parliamo del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e, ovviamente, del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America. Ed è troppo semplice rammentare che, proprio sul finire degli anni Ottanta, la potenza e l’influenza di tali istituzioni, essendo al massimo della capacità di fuoco, non ebbe difficoltà a imporsi. 

Di lì a breve entrò - meglio, si fece entrare - nel dibattito pubblico un ulteriore termine, cioè “governance”, che in parole molto semplici istituzionalizzava una serie di norme e di buone condotte politiche ed economiche, ovviamente demandate a pochi centri di potere (dalle nostre parti Unione Europea e Banca Centrale Europea, istituite senza alcuna consultazione popolare) che di fatto andavano a soppiantare del tutto le possibilità di scelta dei singoli Stati proprio negli ambiti che prima di allora li potevano far considerare ancora, in qualche modo sovrani.

Questa è storia del nostro tempo, e solo chi ignora, o vuole continuare a ignorare, lo stato delle cose, continua imperterrito a non capire. 

Ma, dicevamo, il tema della perdita di rilevanza degli Stati nazionali è oggetto attualmente di una seconda ed errata messa a fuoco anche da parte di chi, e non sono pochi, si pone in posizione critica nei confronti dello stato delle cose. 

Partiamo dalla fine: non è affatto vero che i centri di potere dei quali abbiamo detto abbiano la assoluta volontà di rendere praticamente nulle le competenze dei singoli Stati. Non si vuole tendere, in sostanza, alla totale marginalizzazione o, peggio, alla dissoluzione completa di ogni singolo Stato e di ogni singolo governo. La realtà è differente. Più sottile, se vogliamo. E ovviamente di natura criminosa e in linea con la originaria volontà di dominare economicamente, finanziariamente e politicamente la vita di ogni nazione e di ogni cittadino: gli Stati nazionali, i governi locali, alla speculazione, agli apologeti della globalizzazione, servono eccome. Devono necessariamente essere mantenuti in vita e anche con una sorta di (cioè finta) legittimazione popolare interna a ogni singolo caso.

Il motivo è semplice: gli Stati nazionali devono provvedere, sul locale, a risolvere, o quanto meno a contenere, gli enormi problemi causati a monte, dalle organizzazioni sovranazionali di carattere finanziario.

Gli esempi sono numerosissimi. Ne citiamo qualcuno per cercare di spiegarci al meglio.

Intanto, se la globalizzazione e la competitività senza freni spingono verso un peggioramento costante delle condizioni lavorative e della occupazione, a lor signori serve che siano i singoli Stati a provvedere da sé ai problemi derivanti da masse di persone che perdono il lavoro.

Se beni pubblici vengono privatizzati a forza, naturalmente con l’obiettivo di rendere privati dei redditi di una cosa che prima era di tutti, sono gli Stati nazionali che devono provvedere a trovare le condizioni di ripiego per offrire ai cittadini, pur con meno risorse, i servizi di cui necessitano.

Se le condizioni sociali di un Paese peggiorano, aumenta lo sconforto e la criminalità, sono ancora una volta sempre le realtà locali a doversi far carico della situazione.

La speculazione, la globalizzazione operano dall’alto e rastrellano dove più gli è utile lasciando le macerie sul posto in cui sono passate. Sono poi i locali a doversela vedere. A dover ricostruire, a dover contenere, a dover reprimere gli umori da caso a caso.

E dunque, in ultima analisi, è davvero il caso, almeno per chi ha a cuore un lavoro di tipo intellettuale e saggistico per cercare di capire il nostro tempo e provare a offrire delle soluzioni, non fosse altro che a livello comunicativo per cercare di aprire gli occhi a quante più persone sia possibile, iniziare a concepire che siamo ormai in una seconda fase della globalizzazione, della post-modernità. Il discorso teorico sull’annientamento degli Stati nazione è ormai superato da una nuova “strategia” di governance mondiale. Questa vuole continuare a operare indisturbata per favorire gli interessi delle organizzazioni sovranazionali, certo, continua ad accumulare pezzi di sovranità sottratta a ogni singolo Stato, ma impone che i problemi derivanti dal suo operato siano affrontati in loco.

I rifiuti tossici del loro operato dobbiamo essere noi a ripulirli e a eliminarli. Mettere a fuoco questo ulteriore passaggio è indispensabile, anche a livello teoretico, per isolare e rendere più chiaro ancora meglio il nemico principale di questi tempi.

Valerio Lo Monaco
giovedì
dic122013

L'IPERMONDIALIZZAZIONE

DI CHRISTOPHE VENTURA
Mémoire des luttes

Secondo gli economisti Arvind Subramanian e Martin Kessler, la nostra società sta entrando in un era di iperglobalizzazione (1). Tra il 1980 e il 2011 il volume delle merci scambiate su scala mondiale si è quadruplicato, il commercio mondiale cresce ogni anno due volte più rapidamente della produzione (2). Secondo l'Organizzazione mondiale per il commercio (OMC) il valore del dollaro nel commercio mondiale di merci è aumentato in media del 7% lanno () raggiungendo, a fine periodo, il record di 18 mila miliardi. Per contro gli scambi di servizi commerciali sono aumentati ancora più velocemente con un tasso medio attorno all'8%, fino a raggiungere i 4 mila miliardi di dollari (3).

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mercoledì
dic112013

GUERRA ALLA DEMOCRAZIA

Free Image Hosting at www.ImageShack.us DI NAFEEZ AHMED
theguardian.com

"Security e Spionaggio" servono a difendere gli interessi delle multinazionali e per schiacciare chiunque voglia reagire alla loro supremazia. Un nuovo sorprendente rapporto presenta ampie prove su come come alcune delle più grandi aziende del mondo abbiano collaborato con le aziende di intelligence private e governative per spiare gli attivisti ed i gruppi no-profit. L Attivismo ambientale è una delle principali attività prese di mira, anche se non è lunica.

Nella foto: Manifestazione Anti-NSA a Washington DC, durante lo "Stop Watching Us Rally". - Allison Shelley/Getty Images -

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giovedì
nov142013

GLI ABUSI DELLE MULTINAZIONALI SUI MINORI: UN'’INVISIBILE EPIDEMIA GLOBALE

DI JOHN MCMURTRY
Global Research

“Non ci può essere una rivelazione più profonda dell'anima di una società, del modo in cui tratta i suoi bambini” sostiene Nelson Mandela

Come non essere d'accordo?

Eppure oggi i bambini possono essere aggrediti, fatti ammalare, o uccisi da pervasivi farmaci commerciali, cibo e bevande spazzatura, resi perversi in vari modi dalla violenza senza scrupoli, impegnati in lavori forzati senza nessun beneficio, e poi buttati dentro a un futuro aziendale di schiavitù per debiti e lavoro senza senso. Come può questo crescente abuso sistematico essere consentito pubblicamente ad ogni livello? Che tipo di società potrebbe distogliere lo sguardo da come le sue istituzioni dominanti rovinano le vite dei giovani e lo stesso futuro dell'umanità?

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venerdì
nov082013

Bretagna. La rivolta dei berretti rossi 

C’è aria di crisi in Francia, che fino a ieri ha mascherato molto bene le difficoltà economiche. Nonostante i giri di parole e l’atteggiamento altezzoso di Hollande, che ha fatto fessi pure i francesi, i nodi stanno venendo al pettine. Le piccole e medie imprese stanno soffrendo e molte di loro stanno chiudendo. Il ceto medio è in difficoltà. E, come in Italia, le tasse hanno raggiunto il massimo storico.

C’è una zona della Francia, in particolare, che è in uno stato agonizzante. Si tratta della Bretagna, la celebre regione del nord-ovest, dove è in corso una rivolta dei commercianti, agricoltori e artigiani contro il governo francese. Martedì scorso, circa 30.000 persone sono scese in strada a Quimper per  protestare contro le politiche economiche del governo di centrosinistra, tra cui la “ecotassa”, il sistema di tassazione per la circolazione dei mezzi pesanti, l’abbassamento dei salari, la “svendita” dei beni pubblici e la disoccupazione.

Scontri, portici incendiati… la rabbia sociale cresce. Non si tratta più di una protesta dei singoli, bensì dell’intera popolazione che si è unita alla causa dei cosiddetti “berretti rossi”. I manifestanti indossano infatti il copricapo rosso, simbolo di un movimento che per le caratteristiche e la composizione sociale richiama quello italiano dei “forconi”.

A nulla sono valsi i tentativi del governo di Hollande di sedare la protesta. E ora il rischio di un contagio fa tremare le fondamenta dell’Esagono. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’aumento delle tasse sui prodotti agricoli e in particolare l’ecotassa, “l’impôt des poids lourds”. Una tassa che è stata introdotta nel 2008 dalla Loi Grenelle de l’environnement e che, dopo diversi intoppi, entrerà in vigore il primo gennaio del 2014.

Questo sistema di tassazione ecologica consiste in una tassa chilometrica mirata a far pagare ai camion l’utilizzo dei rami stradali nazionali precedentemente gratuiti. Questa misura riguarda tutti i veicoli di trasporto merci  superiori a 3.5 tonnellate (anche quelli stranieri) ed è applicata su 15. 000 km di rete stradale. La tassa può variare da un minimo di 8,8 centesimi a un massimo di 15 centesimi per chilometro. Dipende dunque da quanti sono i chilometri percorsi e da quanto il mezzo di trasporto sia pesante e inquinante. L’ecotassa intende inoltre sollecitare le persone a ricorrere a forme di spostamento alternative come il trasporto marittimo, fluviale o ferroviario.

Secondo i bretoni, l’introduzione del sistema di tassazione ecologica non farà altro che mettere in difficoltà le aziende già in crisi. L’impôt des poids lourds non piace anche per altri motivi. Prima di tutto per via della spesa esorbitante sostenuta dal governo francese per la costruzione dei pontili con decine di telecamere: circa un milione di euro per ciascun dispositivo. Secondo, perché i pontili con le telecamere di ultima generazione registrano tutto quello che vedono e permettono di sapere chi e quando è passato. Una sorta di “occhio del grande fratello” che studia le abitudini e le altre azioni della gente. Si ha la sgradevole sensazione di vivere in uno Stato di polizia, che sorveglia a vista le persone e che ne limita la libertà.

 

Come accennato in precedenza, la rivolta dei berretti rossi non è legata esclusivamente alla “impôt des poids lourds”. Alla base c’è un forte malessere che si fa sentire soprattutto in Bretagna, ma anche nel resto del Paese.  Le piccole e medie imprese agroalimentari non riescono a competere con i rivali asiatici. In particolare, è il settore degli allevamenti del pollo e del maiale a risentirne. Fino a qualche tempo fa, il pollo bretone, poco costoso, riempiva i supermercati nazionali ed europei. La Bretagna produceva  un terzo del pollame francese. Oggi il mercato nazionale è invaso da quello brasiliano. E il più grande gruppo, Doux, un tempo leader nazionale del settore, è in crisi e ha licenziato centinaia di operai.

In concomitanza, è scoppiata la crisi del maiale. Sul piano della qualità la produzione francese è da sempre in difficoltà rispetto alla concorrenza italiana e spagnola. Oggi c’è un nuovo concorrente: la Germania. E la sua carta vincente è il prezzo. Le imprese tedesche usano infatti la manodopera a basso costo dell’est asiatico. Pagando salari minimi, parliamo di 300 euro al mese, Berlino può immettere nel mercato suini a poco prezzo. In un anno, è riuscito a spiazzare l’export francese di salumi e di carne di maiale. La Bretagna che un tempo vantava i “maiali più economici”, oggi è in profonda crisi.

Inoltre, come racconta una fonte sul posto, il consumo della carne di suino è boicottato dalla grande comunità musulmana presente nel Paese d’Oltralpe che ha una grande influenza sulla vita politica e sociale francese. Di fronte a questa tendenza, sono in molti che storcono il naso nella Francia multietnica. Allo stesso tempo, si acuisce il dissapore nei confronti del presidente Hollande, definito il peggior presidente della storia francese.

I Bretoni, ma non solo, lo accusano di non fare nulla per fronteggiare la crisi e di aver attuato le stesse politiche del suo predecessore Nicolas Sarkozy. Lui che aveva criticato l’innalzamento dell’Iva sociale, ora la sta attuando. La lista è lunga, ma c’è in particolare un episodio che ha fatto infuriare i francesi, profondamente nazionalisti, a differenza degli italiani. Si tratta del caso di Florange. In questo comune francese si trovava una delle sedi della azienda Arcelor-Mittal, leader mondiale nel settore dell’acciaio. Società per metà francese e per metà indiana. La fusione, avvenuta nel 2006, ha cambiato l’identità e le priorità dell’azienda, che ha deciso di trasferire alcune sedi nei Paesi dell’Est dove la manodopera è meno costosa. In pratica, la stessa filosofia che ha adottato la Fiat in Italia.

Ci sono state parecchie proteste contro la chiusura di “Florange”. E il presidente Hollande si era impegnato a salvare l’azienda. Ma ciò non è avvenuto, nonostante il ministro del “Redressement Productif” (risanamento produttivo) Arnaud Montebourg, avesse proposto la “nazionalizzazione temporale”, riscuotendo l’approvazione popolare. Ben 600 dei 2500 operai sono finiti in cassa integrazione. Pertanto, l’attuale capo dell’Eliseo, che non ha tutelato gli interessi nazionali della Francia, ha perso definitivamente il consenso che gli aveva fatto vincere le Presidenziali del 2012. A conferma, i francesi hanno costruito una lapide davanti alla sede di Florange per ricordare “il tradimento di Hollande”.

Come dice un motto bretone, «Kentoc'h mervel eget bezañ saotret». Ossia, «Meglio morire che tradire».

Francesca Dessì
lunedì
ott072013

Sudafrica. Agricoltori in rivolta

Nuovo ondata di proteste in Sudafrica. Questa volta a scendere sul piede di guerra non sono i lavoratori delle miniere di oro e platino, che hanno scioperato per tutta l’estate, ma gli agricoltori. La nuova protesta è stata organizzata dalla più grande organizzazione del Sudafrica, l’African Farmers’ Association of South Africa (Afasa), che si oppone alla vendita dell’Afgri, la principale società di servizi per l’agricoltura che fornisce scorte cerealicole, macchinari e punti di distribuzione di prodotti necessari al comparto. 

L’offerta di acquisto è stata avanzata da AgriGroupe, un gruppo registrato nelle Isole Mauritius ma che sarebbe controllato per il 70% da azionisti nordamericani. Secondo il quotidiano economico Business Day, l’Afasa ha definito «un furto evidente»  un’offerta di acquisto per l’equivalente di 190 milioni di euro. La nuova protesta è un duro colpo per l’African National Congress (Anc), in forte calo di consensi, perché il prossimo anno sono in programma le elezioni presidenziali.

lunedì
ott072013

Lampedusa: crocevia degli schiavi del nuovo millennio

Presto si spegneranno i riflettori mediatici sulla tragedia di Lampedusa, e allora cosa accadrà? Tutto ritornerà alla normalità. L’isola e i suoi abitanti rimarranno ancora una volta soli, abbandonati al loro destino di “soccorritori”. Nuovi barconi arriveranno e nuove tragedie si consumeranno nelle acque siciliane, l’inferno di passaggio verso l’Europa, l’Eden degli schiavi del nuovo millennio. Le catene sono il miraggio di una vita dignitosa. Le frustate sono la sofferenza per la terra natia.

La tratta degli schiavi ha cambiato veste, non sostanza. Se prima gli africani venivano deportati in America per coltivare le piantagioni di cotone, ora lasciano di “spontanea” volontà i Paesi d’origine per scappare dalla guerra e dalla miseria, imposta dai carnefici di sempre.  

La nazionalità dei migranti che sono sbarcati (chi ce l’ha fatta) a Lampedusa, la dice lunga sui motivi che hanno spinto donne, bambini e uomini a intraprendere un viaggio di non ritorno.  Somali, libici, eritrei e siriani. Guardiamo cosa accade nei loro Paesi: la Somalia è destabilizzata da vent’anni di guerra, la Libia è diventato uno Stato senza diritto, l’Eritrea è affamata da anni di sanzioni economiche internazionali e la Siria, un tempo culla di civiltà, è oggi un girone d’inferno.

Dietro alla tragedia di Lampedusa, c’è dunque la storia di 500 migranti che sono stati ingannati dal sogno di trovare la “terra promessa”. Trecento di loro, alcuni ancora conteggiati tra i dispersi, sono morti.  E chi è sopravvissuto ha perso tutto. Anche la dignità, calpestata dall’ipocrisia moralista delle forze politiche italiane. In questi giorni di dolore, di commozione e di indignazione è andato in onda il circo politico di bassa lega del Pd e del Pdl che hanno speculato sul dramma di Lampedusa, riportando a galla vecchie polemiche sulla legge sull’immigrazione. La sinistra moralista sostiene una nuova politica di “accoglienza”, la destra integralista misure più restrittive e severe.

Tutti si sentono in dovere di dire la loro su un tema così difficile e spinoso. E poi c’è il governo al gran completo che propone minuti di raccoglimento, giornate di lutto nazionale, funerali di Stato e persino la candidatura di Lampedusa a  premio Nobel per la pace. In poche parole, il nulla assoluto. L’unico ad andare al di là delle frasi di circostanza è stato un giovane deputato del Movimento Cinque Stelle, Alessandro Di Battista, che in un discorso al Parlamento, ha centrato il nocciolo della questione: «I fratelli africani devono stare a casa loro, e per farli stare a casa loro devono avere risorse e sviluppo a casa loro. (…) La tragedia della tratta di questi nuovi schiavi non si ferma né con la repressione né con le politiche di accoglienza miopi promesse da chi, come il Ministro Kyenge, rende facile quel che facile non è».

Non si tratta di fare nuove leggi più restrittive o permissive, di “rivedere” il reato di clandestinità o di aprire nuovi centri di accoglienza. Il dramma di Lampedusa ha dimostrato il fallimento delle politiche interne ed estere europee. L’Europa, che ha lasciato l’Italia da sola ad affrontare lo spinoso problema, accusandola spesso di “razzismo”, ha fallito. Il sistema capitalista ha fallito. La Francia di Hollande che alza la voce e indice un vertice straordinario dell’Ue sull’immigrazione fa sorridere, se non inorridire. Ci vorrebbe un po’ di umiltà da parte di chi è responsabile in buona parte del dramma di Lampedusa e di tutti quei migranti che decidono di lasciare ogni giorno l’Africa.

La Francia è quel Paese che in meno di tre anni ha destabilizzato e bombardato tre Paesi africani: Costa d’Avorio, Libia e Mali. È quello Stato che continua a dettare legge nelle sue ex colonie, depredandole delle ricchezze del sottosuolo. Un detto africano è eloquente: «In Africa non si muove foglia se la Francia non vuole». Chi osa ribellarsi al giogo “coloniale” fa una brutta fine. Lo sa bene l’ex presidente ivoriano, Laurent Gbagbo, fatto fuori da Parigi perché aveva aperto alla Cina le porte della florida economia del Paese (primo produttore mondiale di cacao, secondo di caffè e ricco di petrolio) e voleva creare una moneta ivoriana per abbandonare il Cfa francese (eredità del passato coloniale). Ma questa è un’altra storia. O meglio, è parte della storia, il cui esito finale è sempre più spesso una tragedia in mezzo al Mediterraneo.

 

La strage di Lampedusa è conseguenza della cattiva coscienza occidentale, perché la verità è che non c’è alcuna intenzione da parte dell’Europa di arrestare il fenomeno dell’immigrazione, che permette l’abbattimento dei diritti dei lavoratori europei e l’abbassamento dei salari. Mentre il crescente odio razziale indotto da una integrazione forzata è utile a distogliere l’attenzione dai veri e reali problemi economici dei rispettivi Paesi.

Quando non c’è lavoro e il popolo ha fame è più facile dare la colpa agli immigrati. I media rincarano la dose, mettendo in risalto le malefatte degli “stranieri” che rubano, stuprano, guidano in stato di ebrezza e spacciano droga. E i luoghi comuni, in un batter d’occhio, ritornano d’attualità: «Gli immigrati rubano il lavoro e i sussidi sociali»; «meno immigrati, meno criminali»; «mandateli a casa loro». Ed è vero. I migranti che sono morti nelle acque di Lampedusa dovevano stare a casa loro. Ma la loro casa, in questo caso l’Africa, è vittima delle politiche aggressive dell’Occidente, che tutela le sue multinazionali e tiene il continente nero in un perpetuo stadio “infantile”.  

Come ha detto ancora Di Battista in Parlamento: «Per anni abbiamo schiavizzato l’Africa, l’abbiamo depredata, la ricchezza dell’Europa proviene dagli anni del commercio triangolare. Esseri umani strappati a mamma Africa e portati sui barconi a lavorare in America(…) Oggi è la stessa identica cosa. Barconi di nuovi schiavi salpano per l’Italia nella speranza di trovare un lavoro che non c’è, non c’è più».

Se i Paesi occidentali iniziassero a rispettare le sovranità degli Stati africani, il loro diritto di vendere in modo equo le loro materie prime e di emanciparsi dal giogo malato degli aiuti internazionali, forse ci sarebbero meno “spiaggiamenti” di morti per cui versare lacrime amare. C’è stato un presidente, Thomas Sankara (Burkina Faso), che il 4 ottobre del 1984, a New York, durante la 39° Assemblea generale delle Nazioni Unite, osò dire ai grandi della terra: «Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici, anzi, dovremmo invece dire “assassini tecnici”. Sono loro che ci hanno proposto dei canali di finanziamento, dei “finanziatori”. Noi ci siamo indebitati per 50, 60 anni e più. Cioè siamo stati portati a compromettere i nostri popoli per 50 anni e più. Il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee». Sankara fu ucciso un anno dopo. 

 

L’Occidente che oggi piange per le vittime di Lampedusa è lo stesso che affama l’Africa con guerre e con politiche di falso buonismo. Il continente nero non ha bisogno della sua elemosina. Come disse Sankara: «La politica dell’aiuto e dell’assistenza internazionale non ha prodotto altro che disorganizzazione e schiavitù permanente, e ci ha derubati del senso di responsabilità per il nostro territorio economico, politico e culturale».

L’Africa è assuefatta agli aiuti. Negli ultimi sessant’anni se ne è nutrita. E come chiunque dipenda da una droga trova difficile se non impossibile prendere in considerazione la vita in un mondo senza aiuti. Per l’Occidente il continente nero è il cliente perfetto a cui spacciare. È un rapporto malato che sta rendendo agonizzanti le economie africane e che arricchisce i signori della guerra. I poveri diventano sempre più poveri e disposti a intraprendere un viaggio lungo e faticoso per raggiungere una terra promessa, che troppo spesso si trasforma in una tomba in fondo al mare.

Francesca Dessì

 

Contenuto nella Raccolta settimanale del 11/10/2013
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