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Entries in social network (8)

mercoledì
lug202016

WEB e manipolazione delle MASSE

di Valerio Lo Monaco

Come Social e Motori di ricerca 

alterano la percezione cognitiva

Introduzione

Una delle più grandi promesse di internet relativamente alle possibilità di espressione e alla capacità di poter raggiungere potenzialmente grandi masse di persone, oggi lo si può dire, è stata tradita. Vedremo a breve i motivi che ci portano a questa affermazione, che per il momento appare definitiva, ma ancora prima occorre restringere il campo di azione. Per promessa tradita ci riferiamo a entrambi i soggetti che con la comunicazione hanno a che fare: chi emette e chi riceve. Il tradimento è duplice, perché intanto non è affatto vero che chiunque emetta, cioè pubblichi, un qualsiasi contenuto, che sia di informazione o di intrattenimento oppure un mero messaggio, sia in grado di accedere alle grandi platee tanto quanto lo sono altri, e poi perché, altro lato della medaglia, a chi è teoricamente pronto a ricevere i messaggi, questi semplicemente non arrivano. O meglio: non arrivano tutti i messaggi tra i quali sceglierne solo alcuni e fare la propria selezione. Per dirla con uno slogan: alcuni contenuti sono più contenuti di altri. 

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giovedì
nov192015

The Social Network perde colpi. Per fortuna

Facebook si svuota, e gli psicoanalisti (supponiamo) torneranno a fatturare di più. Buon segno. Non per gli analisti, ovviamente, ma in senso generale. Soprattutto per chi usa Facebook per motivi professionali (sic!). E forse anche per il mondo della comunicazione e del contenuti nel suo complesso (ci torniamo a breve).

La notizia recente indica un mero dato numerico, ma visto che Facebook è diventato parte integrante della nostra società, considerata la mole di persone che lo utilizza, il fatto ha una certa rilevanza.

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mercoledì
ott072015

Social e motori di ricerca scelgono per noi. Occorre tornare a essere carbonari del web

Oramai il tema della censura va reinterpretato. Non esiste più, e da un decennio almeno, il muro invalicabile, composto dal costo delle strutture, per poter pubblicare praticamente ogni cosa e riuscire a raggiungere un numero potenzialmente infinito di persone. Certo, l'estensione del numero delle possibilità e dei media sui quali pubblicare messaggi e contenuti che prima era del tutto impossibile riuscire a diffondere, ad esempio il web, non significa automaticamente che l'efficacia di tale azione sia uguale a quella che tuttora hanno i media mainstrem, televisione sopra ogni cosa.

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martedì
set232014

È inutile, siamo spacciati

A livello globale, non c'è verso. Verrebbe quasi di dar ragione a Paolo Barnard - il che è tutto dire - quando "ritira" la firma da alcuni siti internet, oppure se la prende in modo sgangherato con vari "lettori" e "commentatori" dei suoi articoli on-line che non capiscono un accidente di ciò che ha scritto e però non si esimono dall'imbrattare i forum e gli spazi dei commenti con qualsiasi cosa. La prima che gli passi in mente.

Il caso è odierno, e mi riguarda da vicino. Uno degli ultimi articoli scritti per questo giornale ha avuto un discreto successo in termini di diffusione su internet (qui l'articolo in questione). Accade così, spesso, quando lascio la terza persona e scrivo qualcosa in prima. Quando cioè racconto, a beneficio di descrizione del tema generale, alcuni aspetti più personali. Ebbene, ripreso il pezzo da vari siti e social networks, è stato commentato in vari luoghi. Impossibile seguirli tutti, figuriamoci rispondere a tono, caso per caso. Non solo per una questione di tempo da accordare all'operazione, quanto per l'assoluta inutilità del farlo, nella maggior parte dei casi.

Sostenendo la decrescita, e il fatto che 30 anni addietro vivessimo in realtà più sereni, mi sono preso del radical chic, del figlio di papà, del servo del sistema e addirittura del berlusconiano. Inutile entrare nei dettagli, anche perché di dettagli, in merito a tali definizioni, non ve ne sono. Non è che in quei casi si sia sostenuta una tesi e quindi pronunciata una affermazione: si è passati direttamente alla sentenza. Come si fa a commentare una sentenza non suffragata dal benché minimo ragionamento? Impossibile. E inutile, in fin dei conti.

A me interessano solo rapporti tra miei pari. Intendo tra persone che ragionano, magari sono in disaccordo, ma con le quali, insomma, è possibile instaurare una dialogo.

E ancora di più è impossibile (oltre che inutile) rispondere a chi dimostra di non aver capito una sola parola di quanto letto (ma lo avranno poi letto sul serio, il pezzo?). Ora, nella comunicazione, vige di solito una regola generale: se chi legge non capisce significa che hai sbagliato tu che hai scritto. E la cosa è vera, almeno sino a un certo punto.

Questo punto è però quello della comprensione minima di un periodo scritto, semplice semplice. Si può anche cercare di scrivere e spiegare al meglio le proprie tesi, ma se ci si imbatte in analfabeti non è certo possibile fare tentativi di sorta.

I "lettori" che hanno pubblicato alcuni commenti non sono stati in grado neanche di comprendere il mio cognome (qualcuno scrive "del monaco", qualcun altro semplicemente "monaco", qualcuno ancora "la monaca"), figuriamoci un articolo intero. E naturalmente non mi interessa nulla, dal punto di vista personale, riguardo a sentenze buttate lì dal primo che passa.

Ma la cosa è più seria: ha senso ancora tentare di comunicare ai sordi? 

Abbiamo scritto spesso, e ne siamo profondamente convinti, che qualsiasi tipo di reazione, che abbia la speranza di condurre in un posto migliore del precedente, non può che passare da una evoluzione culturale. Se non sai almeno un minimo non capisci cosa è un pelo - solo un pelo - più complesso, e non puoi pensare di fare alcuna operazione per cambiare la situazione. Ma qui, in tanti casi, siamo ancora molto più indietro del pur complesso aspetto culturale. Qui siamo ancora nella fase della comprensione della parola scritta, della grammatica, della punteggiatura. Della pura e semplice logica. Del capire che a tesi, dopo che la si è compresa, si può rispondere con una antitesi, e che alla fine è necessario fare una sintesi, semmai. Poi, per carità, può anche arrivare una "sentenza" - della quale si deve essere in grado di accettare poi una reazione..., però, se solo ci si trovasse davanti al soggetto. Ma insomma, che cosa vuoi rispondere a chi non ha capito una sola frase di quelle che hai scritto, non riesce neanche a memorizzare un cognome, risponde in modo sgrammaticato sentenziando una offesa senza lo straccio di una spiegazione delle propria posizione?

Ha ancora senso, sul serio, cercare di interloquire con questi soggetti?

Ha ancora senso - penso sempre più spesso - anche solo sperare in una reazione generale che possa portare, oltre che al rovesciamento dell'esistente, a qualcosa di migliore rispetto a ora?

Inutile insistere: non mi stancherò mai di segnalare a tutti di leggere, rileggere e poi rileggere ancora un articolo di Federico Zamboni pubblicato sul Ribelle ormai tanti anni addietro: "Non capisco, però intervengo" (qui). E non c'è veramente bisogno di aggiungere altro.

Valerio Lo Monaco
venerdì
giu272014

Facebook, o del condividere la solitudine

Peggiori degli auguri ricevuti su Facebook ci sono solo le condoglianze. E avviene anche questo, a quanto si vede. Sia chiaro, non è nostra intenzione battere il tasto dello scadimento delle conversazioni e dell’anomia che concorre al tipo delle comunicazioni tra le persone al giorno d’oggi. È tema già sviscerato a fondo da tanti saggisti, visto che riguarda un cambiamento dell’uomo non solo dal punto di vista culturale ma anche da quello antropologico. Da addetti ai lavori del campo della comunicazione, però, uno studio sulla natura dei social network e delle modifiche nella società che esso porta con sé, e promuove più che rispecchiare, è praticamente obbligatorio.

Facebook è il fenomeno con maggiore diffusione, e ci ostiniamo a frequentarlo periodicamente, ovviamente non in modo quotidiano ma comunque con un criterio più volto allo studio della cosa che alla sua fruizione: in merito al campo relativo alla informazione infatti, e non parliamo di quello che concerne la cultura, il mezzo è non solo inutile, ma soprattutto controproducente. Se ne sono accorti persino i grandissimi gruppi editoriali, che dopo aver investito milioni di dollari per diffondersi e farsi ingaggiare nelle conversazioni stanno rapidamente capendo che si ottiene un risultato (in questo caso di ritorno economico, per loro) praticamente nullo.

È discorso antico - e affrontato più volte anche da questo giornale - quello relativo alla information overload, al medesimo piano sul quale vengono posti frammenti di informazione di più disparata natura che porta inevitabilmente a confondere ciò che è rilevante da ciò che non lo è (qui il nostro speciale sull'Informazione). E dunque, alla fine, a impedire di fatto la messa a fuoco di quello che è realmente importante da sapere. Non torneremo su questo punto, gli addicted da social media se ne facciano una ragione: gli studi ci sono, incontrovertibili, e se si ha ancora qualche cellula cerebrale attiva, oltre a quelle bruciate nelle ore sulla propria page, e la capacità di usarla per capire che è necessario approfondire l’argomento prima di imbrattare il web di messaggi a più non posso, basta andarseli a studiare. Studiare, non solo leggere, o taggare o condividere…

Tornando a Facebook, a quanto ci pare gli ambiti generali di utilizzo si possono racchiudere a tre macro aree: la comunicazione, la condivisione, l’espressione.

Il primo attiene i rapporti tra persone che si conoscono ma si estende fatalmente anche a quelle che non si conoscono, se non attraverso un click per concedere una amicizia. E già qui varrebbe la pena di chiedersi cosa si avrà mai da dire a persone che non si conosce. Ma insomma, ci può stare: si comunica virtualmente già al telefono, via sms o con altri supporti, e oggi lo si fa anche via Facebook. Si prendono appuntamenti, ci si scambia battute e confidenze, anche pubblicamente: chi ha il piacere di comunicare cose della propria vita privata su una bacheca ove chiunque può leggere è libero di farlo. Se la propria vita privata, un tempo considerata inviolabile e condivisibile unicamente con alcuni intimi oggi si preferisce invece divulgarla e renderla pubblica a chiunque, ciò è prerogativa delle proprie scelte. Sulle quali è superfluo sindacare. Si può non condividerle ma il tutto rientra nel campo del proprio arbitrio. Le cose si complicano quando su Facebook qualcun altro condivide aspetti privati di una altra persona, e a livello legislativo non è escluso che possano venire fuori, o prima o poi, delle vertenze di un certo rilievo.

Se si va in un posto, si partecipa a qualcosa, e si viene ripresi o taggati o anche semplicemente segnalati da una altra persona su un social media, è sì o no una violazione delle propria sfera? La materia ancora è troppo giovane per fare giurisprudenza, ma siamo convinti che vi sia humus per notevoli dispute in futuro.

In merito alla condivisione si apre poi lo scenario relativo alle masse. L’iter è semplice: si decide di condividere qualcosa, spesso qualsiasi cosa, e lo si fa con un click. Ora, un uomo si riconosce anche - o forse soprattutto - dalle persone che ha intorno, per gli amici (quelli veri) che frequenta. Per le cose che fa. E per quelle che decide di condividere. A nostro avviso anche, e molto, dalle letture che preferisce. Sulla natura di ciò che maggiormente viene “condiviso” su Facebook lasciamo volentieri la riflessione al lettore. Soprattutto perché si ha il ragionevole sospetto che anche temi di una certa rilevanza vengano spesso condivisi senza essere prima stati compresi. Al di là delle varie sciocchezze (ognuno ha il proprio cosmo di valori, del resto), delle petizioni, delle operazioni di marketing (industrie investono milioni di dollari per innescare operazioni virali che gli utenti del social network si prestano a diffondere ulteriormente), dei vari fake di ogni genere e dei frammenti informativi pizzicati qui o là su internet, è su quello che avviene dopo la condivisione che si rivela l'anima dello strumento. E di chi lo frequenta e alimenta.

Un titolo di un post o di un articolo (il solo titolo) può raggiungere migliaia di persone. Dai dati di frequentazione dei siti ci si accorge che tale titolo viene cliccato da una miserrima percentuale di persone (circa l'1%). E di queste ancora meno si prende la briga di andare a leggere del tutto il contenuto dell'articolo stesso. Ciò naturalmente non impedisce a questi lettori di lasciare messaggi e commenti di assoluta nullità ovunque, che non solo non apportano nulla alla (molto eventuale) discussione, ma che talvolta si spingono a contraddire semplicemente ciò che hanno letto (o non letto) con una sentenza secca. Senza alcuna argomentazione. Per lo più, per dirla con Russo e Zambardino (Eretici Digitali, Apogeo) una volta scoperto un mezzo di comunicazione, lo si usa immediatamente girando la manopola del volume al massimo. Rumore insomma, se non frastuono. Che non merita - non può per sua stessa natura - una eventuale contro risposta: come si fa a rispondere a un commento che non spiega alcuna posizione che non sia un moto intestino di approvazione o disapprovazione?

La visibilità del frammento informativo condiviso sul social network può essere dunque molto alta. La sua comprensione è bassissima. E praticamente nulla è la sua portata in merito a ulteriore svolgimento di un eventuale ragionamento e dialogo. Così come è assolutamente nulla la sua incidenza ai fini di un accrescimento informativo e culturale di una massa che pure Facebook lascia presumere di poter raggiungere. Esercizio del nulla, insomma. E faticoso e a forte richiesta di attenzione da parte di tutti. Uno sperpero di energia.

Ma è soprattutto in merito all’espressione che Facebook dimostra la natura delle persone che lo frequentano con assiduità. I messaggi che vengono pubblicati mediante la funzione “a cosa stai pensando?” nella homepage di ogni utente sono rivelatori. Vi si deve dedicare qualche ora, a scorrere i vari aggiornamenti, per accorgersi poi - se si è in grado di farlo - di aver bruciato attenzione ed energia psichica per setacciare uno a uno gli sporadici messaggi degni di essere captati da un mare sterminato di rifiuti. 

Tra gli operatori della comunicazione, cioè tra chi svolge questo mestiere con qualche criterio analitico e professionale (o almeno così dovrebbe essere) si fa largo sempre più spesso una riflessione, ormai largamente condivisa, a margine della attuale e ormai decennale domanda sul futuro dell’informazione e dei prodotti editoriali: se i riceventi di tali prodotti, il bacino d’utenza, è quello che tracima dai social network, e da Facebook in particolare, allora vuol dire che non c’è più alcuna speranza. Non solo per chi fa comunicazione (il che può essere irrilevante oltre a chi vive di questo lavoro) ma soprattutto per chi, pur avendo bisogno assolutamente di cultura e informazione, non si rende conto neanche di averla, tale necessità.

Per Habermas la televisione è culturalmente regressiva, per Baudrillard la troppa informazione, invece di trasformare la massa in energia, produce ancora più massa. Figuriamoci l’information overload di oggi. E Facebook è inevitabilmente l’estensione migliore per l’Homo Videns di Sartori, passato dalla cultura orale, dai libri, alla televisione (quando non nato e cresciuto solo sulla tv) a internet : egli si è formato per immagini, rinunciando al vincolo logico e del tutto incapace di pensare in astratto e dunque comprendere termini e temi che implicano un concetto che va capito, un ragionamento che va fatto, una cultura che va formata e stratificata. Quest'uomo, oggi, ha quindi proprio con i social network lo strumento adatto per condividere ed esprimere la propria incultura. 

E soprattutto per dare uno sbocco alla propria anomia. Di questo si tratta. Aggiornare il proprio stato con frasi spezzettate che hanno senso solo per sé, soddisfa la necessità atavica dell'uomo di sentirsi esistere mediante l’espressione, perché evidentemente non si esiste altrove, per esempio nella vita reale. La necessità e la volontà fortissima di esprimersi, di auto determinarsi e di affermarsi in ogni circostanza possibile è il segno manifesto di una debolezza interiore. Studi di psicologia sono inequivocabili, in tal senso. E la semplicità e l'immediatezza con la quale Facebook permette di farlo - oltre alla percezione che si ha nel farlo, come se il messaggio pubblicato, per ciò stesso, sia immancabilmente letto e recepito da tutti - sorregge, come una stampella, l'impossibilità odierna di autoaffermarsi altrove.

La necessità che spinge una persona a scrivere pubblicamente il luogo in cui si è (o si è stati) quello che si è mangiato, quello che si è comperato e qualunque cosa - qualunque cosa, sic! - si sia pensata, sottende alla volontà di affermare costantemente di esserci, di esistere. Quasi non ci si sentisse esistere altrimenti. 

Ci si esprime sul social network in pochi secondi, pensando di partecipare a qualcosa, a quel flusso frequentato da tanti altri, e ci si sente nuovamente parte del mondo. Anche se lo si fa nel tetro spazio soffocante della propria solitudine. Con l'aggravante che una volta sperimentato questo anestetico a buon mercato, si divora il proprio tempo nel consumarlo diverse ore al giorno, e si evita così accuratamente una riflessione più seria sulla propria miseria e quella generale dei tempi moderni di cui invece ci sarebbe estremo bisogno. La frustrazione di oggi, che pur dovrebbe portare invece a una reazione necessaria, viene così incanalata e disinnescata nella illusione di esserci comunque, di esistere, di partecipare appunto a un "network", di essere "in società". Mentre si è soli e dispersi davanti a un monitor.

Si potrebbe facilmente arrivare a sostenere che esiste una correlazione diretta tra il tempo speso su un social network virtuale e la propria assenza ovunque altrove: più si passa il tempo lì, meno si vive di qui.

Lo scadimento non è solo informativo e culturale (pertanto: nessuna capacità di comprendere e conoscere e dunque tanto meno di organizzarsi per reagire alla società, in qualche modo) ma anche psichico. Oltre che estetico e morale. Una volta divenuti terminali soprav-viventi della macchina "social network" perdiamo passo a passo, ora dopo ora, giorno dopo giorno, anche gli ultimi respiri di umano che ci sono in noi.

Da qui, il passo a fare auguri o condoglianze pubblicamente a persone che non si conoscono è brevissimo, e viene messo d’un colpo. Così, senza neanche pensare più… 

Valerio Lo Monaco
mercoledì
gen292014

Insulti e "social network" se lo sfogo del singolo in rete diventa devastante

giovedì
ott242013

L'Italia che si "esprime". Tra diritti e doveri. E una provocazione

Qualche giorno addietro abbiamo commentato, in radio, alcuni dati sulla fruizione dell'informazione da parte degli italiani provenienti da uno studio recente del Censis dal titolo roboante: "L'evoluzione digitale della specie". Vale la pena tornarci sopra anche per iscritto.

Tanto per iniziare, come sarà più chiaro a breve, quella della specie, in concomitanza - e forse anche grazie - all'avvento del digitale, cioè di internet, tutto appare fuorché una evoluzione. Anzi si può tranquillamente parlare di una involuzione. Almeno per quanto attiene all'Italia.

Partiamo dalla fine: gli italiani oggi si informano ancora meno di prima, e lo fanno in larghissima maggioranza sempre attraverso il mezzo che più di ogni altro, almeno negli ultimi decenni, ha sprofondato il livello culturale del nostro Paese negli abissi sui quali è inutile insistere: la televisione. Non solo, la cosa che desta maggiore preoccupazione, e che poi fa derivare una serie di ragionamenti logici di portata generale, è il fatto che anche tra i giovani lo strumento di informazione preferito sia il piccolo schermo: parliamo della fascia compresa tra i 14 e 29 anni che per il 75% preferisce la Tv. Cioè il segmento generazionale di chi teoricamente sarebbe più portato, per motivi anagrafici, ad abbracciare maggiormente i mezzi digitali. Questi ultimi sono i mezzi teoricamente in grado di allargare molto non solo la quantità di notizie cui è possibile accedere rispetto al passato, ma anche la tipologia e soprattuto la provenienza: il digitale, internet, abbattendo i costi di ingresso per chi emette informazione, ha aperto le porte a tutta una serie di nuovi media anche del tutto svincolati da pressioni politiche e da quelle delle lobby commerciali che avvengono attraverso la concessione, o la revoca, degli ingenti investimenti pubblicitari, che rendono possibile il mantenimento delle strutture più grandi e influenti. E che, ovviamente, influiscono sulla tipologia dei contenuti e sui toni dell'agenda setting dominante.

In altre parole, chi vuole informarsi diversamente e scegliere in un paniere più ampio di possibilità tra gli attori dell'informazione cui concedere la propria attenzione e la propria fiducia, oggi attraverso il web può farlo. Ma, molto semplicemente, non lo fa.

Il rapporto del Censis conferma il calo vertiginoso della carta stampata, ma allo stesso tempo riporta un altro dato che è a nostro avviso ancora più interessante: a fronte di una prima crescita di internet, con oltre il 10% di incremento tra il 2011 e il 2012, adesso si assiste a un incremento estremamente ridotto: il 90% in meno rispetto all'anno precedente. Nell’ultimo anno vi è stato un aumento di persone connesse del solo 1%.

Ciò significa che il crollo della carta stampata non ha generato alcun nuovo spazio informativo. Molto semplicemente: con la scomparsa dei giornali cartacei sono scomparsi anche i lettori di notizie. La gente ha smesso di informarsi. Oppure, e questo è un secondo elemento, ha scelto di assorbire la propria informazione attraverso altri mezzi. Tra i quali, come detto, ancora la televisione in modo preponderante. Si torna dunque grossomodo ai primi anni Novanta, con la novità, però, che a fronte di una discesa complessiva in merito al numero di persone che si informa, queste sono sostituite via via da generazioni che oltre alla televisione fanno poco altro che "passare il tempo su internet".

Riflette Marco Tarchi, giustamente, che «sebbene ogni generazione abbia la facoltà di scegliere come e dove informarsi e passare il proprio tempo», l'esplosione dei social network, e di Facebook in primo luogo, non comporta solo una fruizione di internet che a molto serve ma certo non a informarsi, quanto una cosa ancora più importante: si perde attitudine e voglia a impiegare il proprio tempo per arricchire la propria formazione e conoscenza. Letteralmente, specifica i propri dubbi proprio riguardo a Facebook: 

«Non tanto per idiosincrasia verso lo strumento in sé - di cui peraltro detesto non pochi aspetti, le cui conseguenze vedo con dispiacere abbattersi su alcuni amici - quanto perché non lo reputo adatto allo scopo. (…) I "social networks", è comprovato e risaputo, creano sinergie psicologiche ma non stimolano né la lettura né la riflessione. Anzi: inducono a passare il proprio tempo libero in un modo più "piacevole" rispetto a quello offerto dall'approfondimento culturale.»

Approfondimento informativo e culturale del quale invece ci sarebbe bisogno. Ma la cosa costa “fatica”. Per questo, anche tra i più giovani, si preferisce la televisione. Che si subisce passivamente. Con tutto quello che ne consegue e che rileviamo costantemente nella cosiddetta società civile.

A questo punto il discorso si deve ampliare. Mentre il mondo si fa più complesso, le menti si semplicizzano. Oggi non ha alcun senso parlare di politica se non lo si fa in ottica geopolica. Inutile parlare di economia se non si apre lo sguardo sulla finanza, sulla globalizzazione e sulla geostrategia degli altri Paesi del mondo. Un solo esempio: chi parla di immigrazione senza parlare allo stesso tempo dei motivi che la causano sta nella migliore delle ipotesi perdendo tempo. Nelle peggiori non ha letteralmente idea di che cosa stia parlando né di ciò su cui sarebbe importante informarsi, conoscere e riflettere, per avere una opinione degna di questo nome. Figuriamoci per farsi portatore di istanze di tipo politico che poi, nel più classico (ma ormai del tutto desueto e ininfluente) dei meccanismi, dovrebbero sollecitare i partiti a farle proprie onde essere votati per legiferarle.

Brutalmente: la massa non ha idea di quello che succede, perché succede, e quali debbano essere i percorsi di ragionamento necessari e cercare delle soluzioni per risolvere i diversi problemi della nostra moderna complessità.

E allora, a questo punto: siccome questa massa è poi quella che sceglie, anche politicamente, non c'è alcuna possibilità che la selezione politica, mediante scelta dei cittadini, possa portare a ottenere delle formazioni e degli esponenti che siano poi in grado di prendere decisioni adatte allo scopo.

Voglio portare il ragionamento sino in fondo, senza infingimenti: a questa massa non dovrebbe essere permesso di esprimersi mediante il voto. 

Ma attenzione, se è facile cogliere la più ovvia - e giusta - obiezione a una affermazione del genere, ovvero che il suffragio universale è una conquista e che non può essere tolto, è altrettanto facile, se la logica ha ancora un senso e non si è in conflitto con le parole, sostenere che esso, oltre che un diritto, deve essere anche un dovere. E per dovere, questo il punto, intendo il fatto di conoscere sul serio ciò su cui poi si andrà a esprimere il voto. In sintesi: hai pieno di diritto di votare a patto che tu conosca la materia sulla quale andrai a farlo.

Dare dunque una sorta di nulla osta a chi “dimostra di essere in grado" di votare? Esattamente. Perché a votare e a scegliere su temi tanto importanti non deve essere ammesso chi non ha la minima idea su cosa va poi a esprimersi. 

Altra obiezione, facile tanto quanto quella precedente: "e chi dovrebbe darlo, questo nulla osta?”

Su questo si può discutere. Ed è giusto farlo. Ma prima una cosa: quest'ultima obiezione ammette implicitamente che sia giusto il merito dell'affermazione che la induce: chiunque si rende conto (anche quando non lo ammette pubblicamente) che sarebbe il caso che operazioni di un certo tipo vengano svolte solo da chi è in grado di farle. Su questo, se si è onesti, non c'è alcun dubbio. Nessuno di noi andrebbe sotto i ferri per un intervento chirurgico se a operarlo non fosse un medico chirurgo ma un arrotino, tanto per dirne una. Certo, anche un chirurgo può sbagliare. Ma ciò non significa che allora si conceda a chiunque di prendere il bisturi in mano.

Accade spessissimo, come suppongo a chiunque, di trovarmi in occasioni e circostanze di colloqui informali con persone che discettano su tutto. Alcuni si infervorano su politica, economia, governi…

Sentendoli parlare ci si accorge che non hanno la benché minima idea del tema del quale pensano di poter parlare. E non lo dico per una presunzione di superiorità nella materia, ma semplicemente perché è materia della quale, professionalmente, mi occupo e che studio ogni giorno da decenni. Ancora di più, si scorge immediatamente chi non fa che riportare fedelmente quello che ha ascoltato in televisione o ha letto, nella migliore delle ipotesi, sui vari giornali di partito e di corrente. Ma i peggiori sono quelli che per il semplice motivo di non guardare la televisione e non comperare i giornali, "informandosi su internet" e "condividendo sui social network" (come se fosse una cosa migliore in sé) sono convinti di saperla lunga: per questi non ci sono dubbi, su nulla. E vanno dritti per la propria strada.

Ora, suppongo che tra chi legge in questo momento ci siano persone con vari interessi e con varie culture specifiche: musicisti, esperti d'arte, biochimici, programmatori software e via dicendo. Tutte materie, queste che ho preso solo come esempio, delle quali io ho nella migliore delle ipotesi una conoscenza superficiale. Di musica "credo" di conoscere più della media, sia per averla studiata, sia per il fatto di avere una curiosità innata all'argomento della musica classica e sinfonica: niente di che, sono anni che mi ci dedico, la ascolto e la studio, e avrò letto una cinquantina di libri in materia. Ma nulla di più. Qualcosa di simile per la storia dell'arte. E qualche infarinatura di programmazione software. Di biochimica, viceversa, non so assolutamente nulla. 

Ebbene, che effetto sortirei se iniziassi a discettare qui di musica, arte, software o addirittura di biochimica? Chi legge, eventualmente reale conoscitore delle materie, penserebbe che sono un cialtrone. E a ragione. Figuriamoci se pretendessi di avere il diritto, e avessi la facoltà, di votare per scegliere il programma stagionale dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Oppure i dipinti di una mostra d’arte o, peggio, i componenti di un nuovo farmaco anti-tumorale. Nutrirei il mio ego rivendicando un diritto (che per fortuna in questo caso non ho) ma creerei un danno a tutta la comunità.

Il senso è chiaro, ma voglio ribadirlo: è necessario, oggi più che mai in questo mondo complesso, che a prendere decisioni, fosse anche esprimersi mediante il voto democratico per eleggere i propri "rappresentanti in Parlamento", sia ammesso solo chi è in grado di farlo. Ovvero chi conosce la materia. Caso per caso. Beninteso, non sto parlando solo di professori universitari di scienze politiche, economiche, geografiche, sociologiche (in molti casi, che dio ce ne scampi) ma di tutti: a patto che si abbia doverosamente raggiunto - mediante informazione e cultura - un livello almeno accettabile di conoscenza sull'argomento per il quale pretende di esercitare il diritto di esprimersi.

Si può discutere su quale debba essere questo livello. Si può discutere - e si deve farlo - su quale debba essere il mezzo per accertarsene. Ma non sul principio in sé. Abbozziamo una proposta: un questionario da riempire, con domande attinenti al tema, o ai temi, sui quali si è chiamati alle urne, potrebbe andare?

Oggi l'Italia è al ventiquattresimo posto, cioè l'ultimo, in uno studio recente dell'Ocse, sulla capacità dei cittadini di 24 paesi occidentali di comprendere un semplice testo nella propria lingua: ma a tutti i suoi cittadini è permesso di prendere decisioni su argomenti che ignora completamente. Basterebbe un questionario, alle elezioni Politiche, ad esempio, con qualche domanda generale se non altro sui contenuti dei programmi dei vari partiti. Che i più, anche in occasione del voto, non conoscono affatto.

Sono gli stessi che poi non si tirano indietro dal condividere la propria ignoranza su Facebook, ma che sulle sorti di tutti incidono eccome. Purtroppo.

Che dite, saranno maturi i tempi se non altro per poter discutere, senza essere tacciati di nulla, di un argomento così importante come questo?

Valerio Lo Monaco

 

 

Contenuto nella Raccolta settimanale del 26/10/2013
I non abbonati possono acquistarla qui sotto

 

Ribelle 26 ottobre 2013
€2.50

 

lunedì
apr152013

I grandi boss digitali si preparano alla grande politica

poteridigitalidi Glauco Benigni Megachip.

Facebook e Youtube, i due grandi Social Network che “autodichiarano” di aver superato la mitica soglia del miliardo di membri, stanno ovviamente modificando alcuni aspetti della geopolitica mondiale e in particolare della politica in Usa. Questi due giganti infatti non sono più definibili semplicemente Comunità Digitali perché il comportamento dei loro membri, e soprattutto il comportamento dei loro proprietari, li rende trasmutabili in altre macroentità. Stati transnazionali? Religioni più o meno laiche? Modelli di comportamento e lifestyle globalizzati? Lobbies di pressione? Oppure un mix di tutto ciò? Certamente sì. Nel caso dei membri, l'ingresso in tali macroentità conferisce di fatto uno status che prima non esisteva. Aprire un account è come ottenere una carta d'identità, una sorta di passaporto. E soprattutto aderire, quasi sempre beotamente, alla mappata di “Terms and Conditions”, significa accettare una Costituzione che di democratico ha ben poco. Se ci fosse una Costituzione da Nuovo Ordine Mondiale, sarebbe questa.  Nel caso dei proprietari invece, gli osservatori e gli analisti si cominciano a domandare, già da qualche tempo, quale sia la visione del potere e del futuro di costoro.

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